Dalla Bosnia a Maranello
La notte del 31 marzo 2026, in uno stadio di provincia bosniaco lambito dal fiume Bosna, si è consumato l'ultimo atto di una tragicommedia che dura da dodici anni. La Nazionale azzurra è stata eliminata dai Mondiali 2026 dalla Bosnia-Erzegovina ai rigori. Per la terza volta consecutiva, l'Italia non parteciperà alla Coppa del Mondo. Non era mai accaduto prima, a una squadra quattro volte campione del mondo.
Il copione era già noto. Dopo il vantaggio di Kean, l'espulsione di Bastoni al 41' ha stravolto tutto. La Bosnia ha pareggiato al 79', poi ai rigori Esposito ha calciato fuori e Cristante ha preso la traversa. Finale 5-2 per i bosniaci. Nel 2018 fu la Svezia, nel 2022 la Macedonia del Nord da campioni d'Europa in carica, ora la Bosnia. Avversarie sempre inferiori sulla carta, sempre vincenti sul campo.
Per capire il trauma di Zenica, però, bisogna tornare al 19 luglio 1966, all'Ayresome Park di Middlesbrough. Quel giorno entrò nel lessico sportivo italiano una parola che ancora oggi indica la sconfitta impensabile: la Corea. La nazionale nordcoreana era formata da dilettanti puri, la squadra più debole del torneo. I giornali italiani l'avevano ribattezzata con sprezzante condiscendenza "i Ridolini". Con un pareggio, gli azzurri si sarebbero qualificati ai quarti.
Fu 1-0. Pak Doo-Ik segnò al 42' e scrisse la storia: prima squadra asiatica mai qualificata ai quarti di un Mondiale. Gli italiani tornarono a casa sotto una pioggia di pomodori all'aeroporto di Genova. Sessant'anni dopo, la dinamica è identica: presunzione, un avversario sottovalutato, la catastrofe. Come se il calcio italiano non avesse mai davvero imparato la lezione.
Ma il calcio non è l'unica causa di delusioni sportive nazionali. C'è una storia ancora più lunga – e atroce per chi scrive – che si consuma da anni sulle piste di mezzo mondo. È quella della Ferrari che dal 2008 non vince il titolo mondiale Costruttori. Da allora quasi vent'anni di attesa, di promesse, di macchine veloci ma non abbastanza. Anche per i suoi piloti, l’ultimo dei quali ad essersi laureato campione del mondo è Kimi Raikkonen. Dopo di lui il titolo è sfuggito ad Alonso (nel 2010 anche per colpa del box Ferrari), a Vettel, a Leclerc. Ora speriamo in Sir Lewis Hamilton – arrivato a Maranello nel 2025 con sette titoli in tasca. Da troppo tempo la Ferrari insegue.
E poi c'è il paradosso più acuto di tutti: l'ultimo pilota italiano campione del mondo di Formula 1 è stato Alberto Ascari nel 1952 e nel 1953, entrambe le volte su Ferrari. Settantatré anni fa. Da allora, nessun tricolore sul gradino più alto del podio iridato. Novantotto piloti italiani hanno corso in Formula 1 dopo Ascari: nessuno ha mai vinto il Mondiale. Ci si è andati vicini con Alboreto nel 1985 e Patrese nel 1992, ma il titolo non è mai tornato.
L'amara ironia è che proprio ora, nell'aprile 2026, l'italiano più in forma della Formula 1, Andrea Kimi Antonelli – che è in testa al Mondiale dopo aver vinto in Cina e in Giappone, prima doppietta italiana dai tempi di Ascari – l’amara ironia, dicevamo è che corre per la Mercedes, l’antico rivale del Cavallino dai tempi di Ascari.
Cosa unisce la Corea del 1966, la Bosnia del 2026 e il deserto iridato della Ferrari? La risposta facile parla di cicli storici, di alternanza di fortune. Ma c'è una risposta più scomoda: la presunzione sistemica, l'incapacità di rinnovarsi, il vivere di gloria passata invece di costruire per il futuro. Nel calcio, un sistema giovanile in crisi e un campionato che perde terreno. In Formula 1, una Ferrari capace di tornare sulla soglia del titolo per poi autosabotarsi con errori tecnici e instabilità dirigenziale.
In entrambi i casi, la struttura del problema è simile: una grande tradizione che diventa gabbia invece di trampolino. E la Bosnia che batte l'Italia a Zenica ha qualcosa di simbolico: ha giocato senza il peso del mito, con la leggerezza di chi non ha nulla da perdere. Esattamente come quei nordcoreani a Middlesbrough, sessant'anni fa.
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