quand'anche fosse priva di télos
Dal greco télos (fine, scopo) e lógos (discorso, studio), la teleologia è uno dei concetti più affascinanti e ispirati della filosofia. Si riferisce all’idea che le cose siano orientate verso un fine. La descrizione della cosa lascia il posto alla domanda sul suo “perché” ultimo, ossia il senso.
Il termine ritorna in numerose riemersioni attraverso l’intera storia del pensiero occidentale, trovando collocazione già nella filosofia antica. La teleologia trova infatti una delle sue formulazioni più nette e categoriche nell’opera di Aristotele, per il quale ogni ente è in vista di una causa finale. Sebbene non sia presente nel suo pensiero l’idea di una volontà causale dell’universo, ogni cosa ha funzione (ergon) teleologica, nel suo proprio dominio naturale ed in vista del fine ultimo - perfino universale, secondo una certa lettura interpretativa.
Un seme diventa pianta perché è nella sua natura realizzarsi in quella forma, ovvero la sua forma contiene il suo scopo. Allo stesso modo, l’essere umano tende alla felicità (eudaimonia) come compimento della propria essenza. Insieme, le cose, gli enti, rispondono conformemente alla propria forma, e compartecipano al télos comune. I neoplatonici parleranno esplicitamente dell’Uno.
In una visione di questo tipo, l’implicazione necessaria e conseguente è che l’universo sia ordinato e intelligibile. Come detto, rimane distante l’idea di una volontà superiore, come troviamo invece nelle opere di Socrate e Platone, in purezza o riadattati alla dottrina cristiana; il ragionamento aristotelico rimanda invece all’individuazione di una struttura intrinseca alle cose, si parla di forma della cosa e non di una forma da cui la cosa trae modello.
Con il prorompente progresso scientifico sei-settecentesco, la teleologia come concetto entra in profonda crisi nel tessuto culturale, pur non abbandonando il dibattito. Pensatori come Cartesio e Hume privilegiano spiegazioni meccanicistiche: il mondo viene descritto come un sistema governato da leggi causali e non da fini. In questo contesto, chiedersi “perché” appare meno rilevante, e meno credibile, che spiegare “che cosa” o “come funziona”.
La teoria dell’evoluzione di Darwin offrì in tal senso risposte che ulteriormente misero in crisi l’accezione consueta di teleologia: gli organismi, secondo Darwin, non sono progettati in vista di un fine, ma sono il risultato di un processo di selezione naturale e di adattamento al contesto. La teleologia dovrebbe allora essere “naturalizzata”: sembra esserci uno scopo perché noi siamo osservatori di un dato finale, siamo al di qua del processo che ha reso l’esistente possibile in questa forma, ciecamente offerta dal caso.
Il “come funziona”, dopo Darwin, sembrava aver illuminato una via infallibile. Arriviamo a Nietzsche, il quale, nel suo scritto della primavera del 1868 dal titolo “La teleologia a partire da Kant”, argomenta un’interessante ricognizione che mette insieme la concezione teleologica a quella non-teleologica, ritrovando una lucidità smarrita dall’abbaglio speculativo e, non meno, del progresso (che però ancora oggi rimane non completamente risolto). Egli definisce la realtà come “bucherellata di miracoli” e riconduce questi insoluti al concetto di caso, in contrapposizione alla conformità a fini, riferendosi ad una “natura incosciente”. D’altro canto, spiega, noi consideriamo con facilità l’ipotesi teleologica per il mondo organico, ma più difficile è invece l’argomento circa il mondo inorganico (esclusi misticismi ed altri atti di fede). Se le cose sono puro corpo, queste sono allora conoscibili solo per via meccanicistica, ovvero a partire da cause esterne, riguardante la forma (del meccanismo e non dell’organismo). Ma le cose sono anche “vita”, e questo non sfuggiva di certo ad un pensatore del suo calibro. Su questa riflessione vi riporto una sua frase emblematica, tratta dallo stesso studio:
“In ogni punto sta un’infinità. Ogni unità pensata (punto) descrive una linea”
La linea è qui la “vita”, nel senso di essere vivi, un concetto che secondo Nietzsche è, per l’essere umano, inafferrabile.
“Una cosa vive - allora le sue parti sono conformi a fini: la vita di una cosa è il fine delle parti. Ma per vivere vi sono infiniti differenti modi, cioè forme, cioè parti.
La conformità a fini non è assoluta ma anzi molto relativa: vista da altri lati spesso è non-conformità a fini.”
La teleologia non riguarda infatti solo la natura, ma anche l’agire umano, e in questo solco intendo sviluppare un’ulteriore considerazione.
Le etiche consequenzialistiche e quelle delle virtù (di stampo aristotelico) si toccano proprio sul tema della tensione teleologica. Se le prime mirano a compiere azioni che producano una quantità maggiore di bene, le seconde si innestano sul desiderio e sulla volontà e rispondono al quesito “che essere umano voglio essere?”. Il télos, per le etiche della virtù è qualcosa che si sceglie, e non si calcola: non troviamo nel loro impianto di base forme di strumentalismo funzionale, anche se rimangono strumentali nell’ambito metafisico delle giustificazioni, ma quest’ultimo aspetto non riguarda il merito di tali teorie, bensì il loro sviluppo contestuale storico.
In sintesi, questa è la tensione: il senso fonda la cosa, quand’anche fosse priva di senso.
Nell’epoca attuale, la realtà umana tende a smaterializzarsi per via dell’uso smodato dei dispositivi digitali: la domanda sui fini non è affatto superata, al contrario, si ripropone con estrema urgenza. Un accesso sempre disponibile al sapere del funzionamento non ci dice ancora abbastanza della funzione o del senso. Nemmeno la fenomenologia husserliana riesce a colmare questo aspetto, più vicino al sentire che al sapere. Uno svuotamento siffatto arricchisce alcuni ambiti e ne impoverisce altri. La misurazione affascina e funge da sedativo perfetto, lasciando fuori dall’orizzonte del conoscibile gli aspetti non misurabili o non ancora misurati. La disponibilità ricca ed immediata al vasto sapere tecnico, inoltre, accontenta facilmente, ed allontana dal “lavoro” del sapere scientifico, che non dovrebbe essere di mera padronanza degli strumenti, ma di scoperta e di incontro con la realtà.
Delegandolo a chissà chi o a chissà cosa, quasi spontaneamente, abbiamo forse smarrito il senso del vivere? La società vaga senza meta e così vagano i suoi individui, non per esigenza, come farebbe il viaggiatore cartesiano nel dubbio, ma per inazione, ignavia, assenza (di scopo → di desiderio → di essenza).
Ritrovare il télos, e riconoscere la sua mancanza, potrà restituirci le cose e le non-cose, nella loro profondità abissale.
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