Il Teatro Andromeda di Santo Stefano Quisquina – di Salvatore Azzuppardi

Pubblicato il 6 aprile 2026 alle ore 08:31


Un sogno di pietra tra i monti Sicani, dove il cielo incontra la terra

Il nostro giro per la Sicilia meno conosciuta prosegue con la visita del Teatro Andromeda, a Santo Stefano Quisquina, in provincia di Agrigento.

Meno di cento chilometri separano la Valle dei Templi, trionfo della cultura e della civiltà dell’antica Grecia, da questo anfiteatro all’aperto interamente costruito in pietra, arroccato sui monti Sicani, che benché abbia soltanto quarant’anni rimanda ad altre epoche, ad altre latitudini e longitudini, ad altre culture. A quella dei Sumeri, nell’antica Mesopotamia e a quelle precolombiane dell’America centro-meridionale, ma anche ai rituali celtici delle popolazioni del Nord Europa

 

 

Il teatro è la realizzazione del sogno coltivato con costanza e sacrificio da Lorenzo Reina, pastore-scultore autodidatta, che ha trasformato una rocca selvaggia in una delle mete più singolari d’Italia, celebrata dal National Geographic (nel n. 2 del 2020) come una delle meraviglie del pianeta, un luogo di «notevole pregio per l’impatto emozionale che la sua visione suscita nel visitatore».

Un’opera nata dalla contemplazione del cielo e da una lettura fatta da Lorenzo Reina durante il servizio militare. Da una rivista scientifica sfogliata casualmente apprese che la galassia M31 della Costellazione di Andromeda entrerà in collisione con la nostra Via Lattea tra circa due miliardi e mezzo di anni. Fu una scintilla che gli suggerì l’idea di riprodurre sulla sua Rocca le 108 stelle della Costellazione di Andromeda.

Il nome della costellazione si rifà al mito di Andromeda, figlia del re Cefeo, che – incatenata a uno scoglio come offerta sacrificale al mostro marino Ceto, per placare l’ira di Poseidone – fu liberata da Perseo. Una storia di prigionia, riscatto e redenzione che richiama la vicenda personale dello stesso Reina, il quale, intrappolato in un destino non scelto, ha trovato nella bellezza e nell’arte la propria liberazione.

Reina, figlio di allevatori di pecore, negli anni ’70 portava al pascolo fino a tarda sera il gregge di famiglia. Le pecore sembravano ammaliate dai puntini luminosi che pian piano apparivano in cielo, «Allora ho intuito che da quella sommità fluiva energia positiva. In un lampo ho visto le pecore mutarsi in pietre su cui sedevano persone.» Da quella visione, successivamente nacque l’idea del teatro.

Sin da ragazzo manifestò un’indole artistica e una curiosità intellettuale che stridono con il destino che il padre gli aveva assegnato e che generava continui conflitti. «Ho vissuto metà della mia vita dormendo, e l’altra metà sognando una vita che non fosse quella di servo-pastore a cui ero destinato», confessa.

Il primo contatto con la scultura avvenne tra i campi e i pascoli, quasi inevitabilmente, come accade spesso a chi custodisce le pecore e, mentre sta fermo a controllarle, si ritrova a impastare la creta o a intagliare del legno per ricavarne figure.

Durante il servizio militare a Napoli nel 1979, oltre a scoprire la costellazione di Andromeda, seguì i corsi dello scultore Gabriele Zambardino e comprese che la scultura poteva diventare il suo mestiere.

Nonostante le liti col padre e la necessità di portare il gregge al pascolo, riuscì ad organizzare una mostra, anche grazie al sostegno e all’entusiasmo del poeta Cesare Sermenghi, che si era innamorato delle sue opere. La mostra fu un successo e gli permise di conquistarsi la sua autonomia e di formarsi culturalmente, seppure da autodidatta, studiando storia, filosofia, arte, astronomia e scienze naturali.

Avviati i lavori per la costruzione del teatro, a metà degli anni ’80, dovette fermarsi per una grave malattia del padre, che lo costrinse a tornare ad occuparsi delle greggi per sostenere la famiglia. Il sogno, però, non morì e finalmente il teatro si concretizzò.

La bellezza di questo teatro è che nulla è casuale, perché ogni elemento è parte di un sistema simbolico coerente e meditato, in cui astronomia, filosofia, mito e natura si intrecciano con straordinaria armonia.

I posti a sedere sono esattamente 108, come le stelle della Costellazione di Andromeda. Si tratta di blocchi cubici di pietra locale, tutti uguali nelle dimensioni, ma diversi nella seduta, disposti in maniera apparentemente disordinata: ma visti dall’alto, rivelano la forma di stelle a otto punte e replicano fedelmente la mappa della costellazione.

La scena è di forma ellittica ed è costituita da 365 tasselli, uno per ogni giorno dell’anno.

Al centro del palcoscenico si trova l’omphalos, il punto centrale della scena, il perno intorno al quale sembra girare l’universo.

Il teatro è chiuso da una cinta in pietra che si apre su una porta affacciata sul vuoto, e vi si accede da porte volutamente strettissime che consentono il passaggio di una sola persona alla volta. Questo perché l’incontro tra uomo e natura deve essere confidenziale, quasi intimo. Ogni ingresso è un rito di passaggio: si lascia un mondo per entrarne un altro.

La cavea è aperta verso l’orizzonte. Seduti nel teatro, ci si ritrova immersi in un ambiente non artificiale, puro, primordiale. Lo strapiombo elimina qualsiasi separazione fisica dall’infinito: non ci sono pareti, non ci sono barriere. Ci si trova “dentro” il paesaggio. La sensazione è quella di essere in un luogo fuori dal mondo, mistico e metafisico. La posizione privilegiata del sito permette, nelle giornate limpide, di abbracciare con lo sguardo il Canale di Sicilia, il mare di Sciacca e persino l’isola di Pantelleria.

L’evento più atteso dell’anno al Teatro Andromeda è il solstizio d’estate, il 21 giugno, quando, alle 19.45, accade qualcosa di straordinario: la bocca della Maschera della Parola – una scultura monolitica tra le opere principali del teatro – funge da spiraglio gnomonico, allineandosi perfettamente con il sole. La luce entra attraverso i fori oculari della maschera in un momento unico, irripetibile se non nell’arco di un anno. È un fenomeno che richiama la tradizione millenaria dei siti megalitici e degli allineamenti astronomici, da Stonehenge ai templi egizi, ma espresso con il linguaggio e la sensibilità di un artista siciliano del Novecento.

Nel parco che circonda il teatro si possono ammirare delle sculture dello stesso Reina che richiamano tanto la cultura greca di cui la Sicilia è impregnata, quanto quella precolombiana. Tra esse spicca l’Icaro morente di Giuseppe Agnello, scultore di Racalmuto, a testimonianza di come lo spazio sia diventato un teatro-museo a cielo aperto in cui convivono voci artistiche diverse. Le frasi incise sui blocchi di pietra invitano a esplorare temi esistenziali, trasformando il percorso in una vera esperienza filosofica.

Il teatro sorge su terreni appartenuti alla famiglia di Reina, e sul sentiero che conduce al teatro l’artista ha eretto una stele sormontata da una scultura bronzea, come commovente omaggio al padre.

All’interno di una torre ottagonale — ispirata a Castel del Monte, in Puglia — è allestito un piccolo museo con alcune opere fondamentali dello scultore. Visitare la fattoria significa immergersi nella vita contadina e nelle tradizioni locali, completando un’esperienza che unisce natura, arte e memoria.

Visitare il Teatro Andromeda è un’esperienza che sfugge alle categorie abituali del turismo. Non si va là per vedere qualcosa: si va per sentire qualcosa. L’arte e la natura si intrecciano in un dialogo così profondo da rendere impossibile stabilire dove finisce l’una e dove comincia l’altra. Le 108 pietre guardano il cielo come fanno da millenni le stelle della costellazione che le ispira.

Dopo la visita al teatro, cercando notizie su di lui, abbiamo appreso che Reina è nato sotto il segno dei pesci, perciò ci piace chiudere questo omaggio parafrasando un verso dell’omonima canzone di Antonello Venditti. Come «Giovanni è un ingegnere che lavora in una radio», così Lorenzo è un pastore che ha studiato astronomia …

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