Braccia rubate - di Verdiana Siddi

Pubblicato il 7 aprile 2026 alle ore 07:01

Le origini delle manifestazioni della Settimana Santa di Iglesias risalgono al periodo della dominazione spagnola della Sardegna; dalla Domenica delle Palme al giorno di Pasqua, in città si articolano una serie di riti, molto sentiti dalla comunità, che raccontano di una forte identità, in cui fede, storia e tradizione si intrecciano in celebrazioni religiose tra le più suggestive dell’isola e profondamente radicate nella devozione popolare.

Il culmine di questi eventi nella mattina di Pasqua: le statue della Madonna e del Cristo sfilano in processione per incontrarsi nella piazza principale. Ancora oggi nutrita è la partecipazione, anche se di molto ridotta rispetto alle generazioni passate. Tra i presenti, la maggior parte guarda ora l’Incontro dai piccoli schermi degli smartphone, nelle riproduzioni in scala della realtà a loro prossima, che davanti ai loro nasi non risulta poi così cogente, non quanto l’incarico, non richiesto, di realizzarne copie dal vero digitali e fedeli. Braccia rubate all’applauso finale, quando la Madre e il Figlio martire si incontrano in un intenso inchino reciproco, proprio davanti al Monumento ai Caduti. 

Queste due figure, archetipi di una condizione che appare ineluttabile, in ciò che si impone come tragedia perpetua: uno specchio guarda uno specchio; i due sembrano voler lenire, in un giorno di festa, un dolore dell’anima, che colpisce tutti, nel recondito, in ciò che non vogliamo vedere. Due simboli potenti eppure quotidianamente infangati, sprecati, distorti e, infine, strumentalizzati per imbonire gli animi e poi continuare ad uccidere. La Resurrezione, come tensione e come auspicio, che mai potrà restituire vita strappata, ma forse potrà tradursi in rinascita interiore, in rinnovato senso di rispetto per la vita.

L’opera, davanti alla quale entra in scena il simbolo di eterna cancellazione dell’eterno lutto, è uno dei lavori realizzati dal Maestro Francesco Ciusa (Nuoro, 1883-1949), straordinario scultore sardo dal taglio espressivo e di grande pathos, autore - tra le altre - della famosa opera “La Madre dell’Ucciso”.
Il Monumento ai Caduti (foto) fu commissionato da un comitato cittadino dell’epoca (primi anni ’20 del XX). In una tensione composta, si rivolge al fruitore una composizione di corpi raccolti nella disperazione, quasi trattenuta, della guerra.

Ideata dall’artista come inno alla Pace e denuncia, nel periodo appena successivo alla Prima Guerra, l’opera venne poi sfigurata alcuni anni più tardi per via delle astruse richieste di una committenza dagli occhi iniettati di sangue, che impose l’aggiunta di una “Nike” in cima, a governo simbolico dell’esaltazione della vittoria militare, di stampo marcatamente fascista. Questa modifica ribaltò il significato originario dell’opera, e fu per questo motivo che lo scultore decise di non firmare il monumento, rifiutandone la paternità. Il mio applauso va a Ciusa.

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