Il recente referendum sulla riforma della Giustizia ha restituito un’istantanea nitida del Paese. Al di là del dato numerico che ha bocciato la proposta governativa, l’analisi del voto rivela una novità da un lato e qualche frattura dall’altro: la partecipazione giovanile e la distanza tra l’elettorato di regioni governate dal centro destra e la visione del Governo. Mentre il "Sì" ha retto solo in tre regioni del Nord (Lombardia, Veneto e Friuli), il Mezzogiorno ha risposto con un "No" netto.
Per decifrare questa geografia del dissenso, abbiamo interpellato Massimo Cacciari, filosofo e acuto osservatore delle dinamiche sociali italiane. Secondo Cacciari, il dato del Sud non è legato a tecnicismi giuridici, ma a una questione di potere e di abbandono sociale.
La prima analisi del filosofo si concentra sulla mancata mobilitazione nelle regioni meridionali:
“Certamente è il dato più inaspettato. Quello che riguarda i giovani si potrebbe anche immaginare ragionando sulla guerra e sulle questioni internazionali. Quello del mezzogiorno è complesso. Direi che non c'è stato alcun interesse delle vere potenze del mezzogiorno in questa campagna elettorale, e che quindi non hanno mobilitato nessuno.”
Secondo Cacciari, il quesito referendario non ha scalfito gli interessi di chi, storicamente, sposta gli equilibri elettorali nelle aree più difficili:
“Non c'è stata nessuna campagna elettorale da parte delle note potenze extrastatuali, diciamo pure dominanti, nel mezzogiorno. Quelli che determinano in buona parte l'andamento elettorale in Sicilia, ad esempio, non si sono assolutamente impegnati. Non gli fregava niente del quesito che non toccava le questioni essenziali della giustizia.”
Il referendum si è, dunque, trasformato in un termometro del malcontento verso le politiche economiche di un Paese che arranca.
“C’è un malessere diffuso. Ci rendiamo conto che in questo paese i redditi del ceto medio, del lavoro dipendente, privato e pubblico, stanno crollando da 30 anni? Che siamo diventati gli ultimi in Europa, ormai anche dopo la Grecia?”
Cacciari punta il dito contro la narrazione governativa, ritenuta distante dalla realtà quotidiana dei cittadini:
“Ormai la Meloni non potrà più raccontare le favole che ha raccontato finora, che stiamo bene, che andiamo bene. Come fa il voto del Mezzogiorno a essere positivo in regioni che stanno male? Il Mezzogiorno non soffre perché manca la divisione delle carriere tra pubblici ministeri e magistrati. Soffre per certe scelte che il governo va facendo e che creano stupore, per usare un eufemismo.” Infine, il filosofo critica la gestione delle opere pubbliche, citando il simbolo delle attuali politiche infrastrutturali come emblema di una scollegamento logico e sociale: “Nella situazione in cui si trova il Sud, il governo dice che come opera fondamentale vuole fare il ponte. Come fai a fare il ponte laddove, per esempio, a Reggio Calabria o in Sicilia, non c'è una ferrovia che funziona? Non c'è la ferrovia, non c’è la strada, e fai il ponte? Le politiche economiche e sociali sono viste in termini negativi un po' dappertutto, ma soprattutto al Sud, è ovvio. E in una situazione in cui c’è uno stato di abbandono e non c'è l’interesse dei veri poteri, non c'è la mobilitazione per fare votare la gente, e diciamo pure, per comprare i voti!”.
Qui di seguito l’intervista integrale in video.
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