"Muovi il corpo, scuoti la testa!"
Marco Cherchi è un musicista sardo (classe 1982). Insieme a suo fratello Stefano fonda la band Nielsa nel 2003. Nel 2005 vincono il Premio Fabrizio De Andrè; nel 2007 vengono distribuiti da Sony BMG. Dal rock dei Nielsa la sua ricerca si muove poi tra musica ambient, ambient-rock e soundtrack, a partire dal progetto Moak. Successivamente inizia a sperimentare sonorità più elettroniche, fonda quindi i Wazoo con Matteo Dessì; ai due si unirà poi Tooker – e il nome cambierà in Tooker&Wazoo – e vedranno i palchi del Summit at Sea, Art With Me a Miami, nonché il Texas Eclipse Festival.
NUDO è il suo ultimo disco, uscito lo scorso 6 maggio, prodotto interamente in solitaria dentro un piccolo bungalow nel suo paese natio, Domusnovas, dove è tornato appositamente per questo (unica eccezione alla solitudine, la supervisione di Juza, artista e producer, e nostro carissimo amico).
Ho ascoltato e riascoltato questo disco, così diverso dalla sua passata ricerca. Ne è nato uno scambio da condividere con i lettori – un lavoro musicale che racconta storie note, presentandosi come affresco delle direzioni culturali contemporanee: non per cieca adesione, eppure senza rigetto; senza paura di immergersi nel nuovo, per comprenderlo, interpretarlo, e scoprirne limiti e possibilità.
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La prima cosa che mi domando, ascoltando, riguarda le parti vocali, potresti dirmi che lingue si parlano nel tuo disco? Poi sento suoni che mi ricordano quelli del mare e della sabbia.
Il disco ha una forte ed evidente contaminazione africana; i ritmi, e talvolta alcuni pallidi richiami al jazz, che sembrano posti quali memorie ancestrali, come in Darmin. Il sound però è tutto occidentale: persino certe chitarre anni ’70!
La produzione ha sicuramente un sapore molto digitale (e, da te, la cosa sorprende), seppur mescolato a parti suonate. Ne risulta una festa di plastica, incessante, di tanto in tanto interrotta da fuggenti attimi organici, che poi vengono riassorbiti. Mother, forse, è la cifra del disco. In Fancy la melodia struggente dei minori auspicanti ci riporta ad un’umanità della speranza, ma quella illusoria. Per dirla difficile, sembra che qualcosa impedisca un possibile grunge, che si fa strada pur non potendo: è il caso di Rush. La tratta dei suoni è nel complesso come nella trappola di sé; la cassa dritta che devasta lasciando tutto intatto, e poi vira verso l’espressione forzata di un’angoscia inesprimibile.
Ci senti l’Africa, e fai bene. Non fosse altro che per la house music. In verità non c’è ricerca dei testi per le parti vocali, ho voluto mantenere l’utilizzo tipico della house, campionando sample da trattare poi come suoni tra i tanti. Il primo pezzo è in lingua Lakota, tribù pellerossa. Molta della cultura musicale occidentale di stampo americano è il risultato di conseguenze, a partire dal primo grande crimine genocidiario che gli europei hanno compiuto oltre l'Atlantico, sterminando la popolazione autoctona del posto e poi importando schiavi neri che lavorassero le terre che avevano usurpato, gli stessi che poi risenti citati con elementi jazz e funk.
Ti confermo che gran parte della composizione è stata prodotta in digitale, il termine tecnico è in-the-box; a livello di sintetizzatori ho lavorato anche in analogico; ci sono poi le parti suonate, chitarra e basso e relativi pedali. Da Caravan a Skip the People il sound è caratterizzato dal basso elettroacustico, marchio importante di questo disco.
La lettura che fai del rapporto tra digitale e non-digitale mi suona bene, non si discosta poi tanto dalla cultura musicale odierna, specialmente in termini di abitudine all'ascolto. Questo è ciò che abbiamo, e io ho voluto incarnarlo, ma senza cadere nel conformismo allo standard della musica da club.
Il titolo, NUDO, si riferisce al fatto che ho dovuto abbandonare i miei panni soliti per avventurarmi in un disco di questo tipo, ma ritenevo fosse una cosa importante da fare. Però, lascia che io ti contraddica sul pezzo-cifra, per me non è Mother, ma appunto Fancy, che spezza l’andamento e coniuga i due macro-momenti del disco. C’è un prima e un dopo. È un omaggio alla musica francese con cui sono cresciuto.
Mother è piuttosto un richiamo alle origini, ed ha senza dubbio una grande importanza nel contesto, ma il disco non vuole essere il manifesto di una nostalgia, pur essendo in certa parte nostalgico.
E poi, Verdi, questo lavoro è stato prodotto al caldo, ma un caldo estremo, senza risorse per climatizzare gli ambienti, quindi ho dovuto spogliarmi, fisicamente, e forse è questa l’angoscia inesprimibile che avverti [ride - ndr]. Scherzo, ovviamente, ma nemmeno troppo.
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