Una Apis Nulla Apis - di Salvatore Salvai

Pubblicato il 31 maggio 2026 alle ore 20:40

Sociologia dell'alveare

Chi può affermare di non esser stato affascinato dal misterioso mondo delle api quando l’ha potuto avvicinare e conoscere? Da millenni queste piccole creature volanti fanno scrivere, pensare e discutere non solo apicoltori o semplici curiosi. Bensì anche illustri pensatori, filosofi e scienziati. Ma cosa nasconde questo piccolo imenottero che si ciba di soli nettare e polline dei fiori? Occorre porsi una prima domanda. Un’ape da sola avrebbe senso? Ed ancor più. Un ape da sola potrebbe sopravvivere?

La risposta sta nell’osservazione della loro realtà di vita. Vivono solo se convivono nelle loro famiglie. In alveari intesi come biologiche ed animiche società.

“Le api sono un insieme e non individui. Fuori dalla comunità non possono vivere” scriveva Mario Rigoni Stern.

Maurice Maeterlinck (Premio Nobel per la Letteratura nel 1911) le celebrava come un “super organismo”.

Victor Ugo invece le invocava come “…le forze cosmiche delle colonie d’api.”.

Ma fu Rudolf Steiner nella sua Scuola Antroposofica nel 1923 ad indicare con chiarezza come considerarle: “una testa senza cranio” Sostenendo che occorreva considerarle secondo la loro vera origine. Trattandosi cioè di creature provenienti dal cielo, dalla luce, dal sole, detenevano la loro azione centrale nelle forze cosmiche. Tutto ciò gli fece criticare duramente i moderni metodi di allevamento che si stavano affermando già allora.

Perché impedire loro la naturale sciamatura? Perché non permettere loro di costruire favi circolari? Perché non lasciarle nutrire delle sole sostanze da loro predilette? Miele, nettare, polline, acqua e fango, resine, sali minerali, melate etc. Quindi alimenti definiti come solari e non terresti come sono gli zuccheri?

E perché impedire il loro libero accoppiamento in cielo? Regine e Fuchi. Perché intervenire cosi pesantemente sul loro essere?

Perché impedire che possano vivere ed ambientarsi nel loro territorio invece di essere obbligate a pesanti spostamenti? Ciò che amano e conoscono. E con il quale interagire con tempi e risorse sperimentate negli anni. Steiner avvertiva che tutto ciò avrebbe portato alla loro sparizione. Dopo cento anni la sua previsione trova le prime conferme.

L’intuizione fondamentale di Steiner fu però profondamente spirituale. “La Regina, attraverso la sua sessualità intrinseca sprigiona l’amore all’interno della famiglia ed a tutte le sue sorelle mantenendole intimamente unite”. Un amore non percettibile dai sensi ma presente nel cuore e nell’anima.

All’interno dell’arnia non ci sono controlli, nè leggi imposte, nè punizioni. Ogni ape lavora assiduamente nella fiducia che anche le altre facciano altrettanto per il benessere collettivo. Si condividono cosi le scorte ma anche la loro penuria. Fino ad arrivare a decidere di morire collettivamente e nello stesso momento se dovessero venire a mancare.

L’Ape Regina quindi è al servizio della Comunità e non viceversa. Garantisce la sua riproduzione e soprattutto marca con il suo Feromone la personalità stessa della famiglia. Tanto che le bottinatrici possono tornare alla propria casetta anche da kilometri di distanza senza perdersi.

Non dispone, non punisce, non comanda. Distribuisce senza interruzione il proprio amore incondizionato verso la comunità. E le api ne riconoscono la sua regalità morale.

Quando le Regina non è più in grado adi adempiere al mandato ricevuto decide di preparare la sua sciamatura insieme ad un nutrito numero di api affezionate. Si chiama sciamatura primaria ed ha l’obbiettivo di fondare una nuova colonia. Se qualche Regina si dovesse arroccare nella sua vecchia posizione sono le stesse api operaie ad obbligarla all’esilio con metodi meno o più convincenti. La sciamatura è così una vera ricchezza di vita per il genere Apis. Ma per l’apicoltore significherà la mancanza di un raccolto.

L’apicoltore biodinamico steineriano, rispettoso del legame con le sue api, decide di non impedire le sciamature, pur esistendone la possibilità tecnica. Per lui sarebbe come attuare un aborto del nascituro. Un nuovo sciame po' nascere e colonizzare il bosco oppure tornare in un arnia amica preparata dallo stesso amico apicoltore.

Le api rimaste invece nel vecchio alveare dal quale era partito lo sciame, avevano intanto costruito alcune celle reali nutrendo con sola pappa reale le normali larve di operaie, dalle quali sono uscite nuove possibili regine. Ma una sola resterà in vita. E con quale prassi decisionale il super organismo alveare ha deciso che solo quella larva verrà nutrita a pappa reale e diventare la loro Regina? Qual è, se c’è, la modalità democratica per arrivare ad una decisione finale cosi ben condivisa?

Molti scienziati hanno cercato, da un secolo almeno, di capire tutto ciò. Darwin, Bonnet, Morris, Lindauer, Tautz ed altri hanno ottenuto alcune parziali risposte di tipo biologico. Ma non spiegazioni pienamente risolutive. Nè le ricerche sul linguaggio e le comunicazioni tra le api hanno prodotto la soluzione dell’enigma.

Chi più si è avvicinato a comprendere la sociologia delle api sono stati invece i filosofi, i poeti, gli scrittori. Non è un caso. Il mondo Apis non può essere compreso solo biologicamente o razionalmente. Solo chi è abituato alla ricerca interiore dell’anima e del pensiero può avvicinarsi a quella dimensione.

Rudolf Steiner, filosofo infatti, ci vide un forte parallelismo con la società umana. Senza comunità l’uomo non può esistere nella sua interezza. Proprio come le api. Il nostro lavoro, le nostre economie, il nostro progresso trovano il loro coronamento solo se in comunione con gli altri uomini.

Oggi il parallelismo trova altre valide ragioni di esistere. Soprattutto in Politica ed Economia.

Domande che sorgono spontanee senza riflessioni preconcette ma con la semplicità di chi si mette in ricerca.

Se le basi fondamentali delle comunità umane e delle api hanno al centro il bisogno primordiale di sentirsi parte di un organismo e di cercare naturalmente il benessere comune, perché le società umane hanno sviluppato processi ed abitudini così differenti?

Perché per noi umani il Presidente, il Dirigente, il Politico, Il Tecnico, il Medico, il Re o la Regina, detengono potere sugli altri uomini? E per preservarlo devono imporre al popolo leggi, regole, spesso in contraddizione tra loro?

Perché abbiamo avuto sempre un maggior bisogno di pratiche di controllo e di coercizione con la scusa di tener uniti i popoli?

Perché i definiti potenti hanno sempre più espresso il loro desiderio di attaccamento al potere, alle proprie ricchezze e tornaconti da diventare ossessivi e deviati?

Ma soprattutto. Perché, al contrario, delle api, noi operaie che ci poniamo queste domande, glielo abbiamo permesso?

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