Una politica al servizio dell'arte - di Ginevra Ruggiero

Pubblicato il 12 giugno 2026 alle ore 05:34

“Ieri sera ho rassegnato le dimissioni dal Comitato scientifico degli Uffizi. Rimanere lì dentro significherebbe essere complici”.

Queste sono le parole che Tomaso Montanari, storico dell’arte, saggista e Rettore dell’Università per Stranieri di Siena, ha scritto per Il Fatto Quotidiano lo scorso 9 giugno, in merito al rinnovo del Consiglio d’amministrazione delle Gallerie degli Uffizi.

Le dimissioni di Montanari arrivano dopo la firma del decreto del 25 maggio da parte del Ministro della Cultura Alessandro Giuli, e a seguito dell’annuncio dei quattro nuovi membri del CdA che affiancheranno il Direttore delle Gallerie Simone Verde. 

Carlo Deodato, attuale segretario generale della Presidenza del Consiglio dei ministri. Alessandro Campi, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche a Perugia e, come ricorda Montanari nell’articolo per Il Fatto, già direttore della fondazione di Gianfranco Fini. Stefano Mugnai, ex deputato di Forza Italia. Carmen Bambach, autorevole storica dell’arte e curatrice del Dipartimento di disegni e stampe, in particolare italiane, del Metropolitan Museum of Art di New York. 

E’ stato proprio quest’ultimo nome a destare maggiore interesse. Come riporta il sito web del MET, sotto la sezione “Drawings and Prints Team”, Bambach è “una specialista dell’arte italiana ed è autrice di novanta articoli accademici e di dieci cataloghi di mostre”.

Tre quelle più famose: Michelangelo: Divine Draftsman and Designer del 2017 e la più recente Raffaello: Sublime Poetry del 2026.

Per la prima esposizione, tenuta dal 13 novembre 2017 al 12 febbraio 2018, le opere esposte – disegni, sculture e dipinti – sono state tutte prese in prestito da collezioni pubbliche e private, statunitensi ed europee. Oltre 50 di quelle provenivano solo dall’Italia: dagli Uffizi, dal Bargello, dalla Biblioteca Vaticana, dal museo di Capodimonte di Napoli. 

L’esposizione più recente curata da Bambach, invece, risale al 29 marzo 2026 e si concluderà il 28 giugno. La mostra presenta oltre 200 opere tra disegni, dipinti, arazzi anche questi offerti da collezioni private e pubbliche. Tra i nomi internazionali più conosciuti spiccano il British Museum e la National Gallery di Londra, il Louvre di Parigi, il Museo del Prado di Madrid e il National Gallery of Art di Washington. Tra quelli italiani, invece, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, L’Accademia Carrara di Bergamo, la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, i Musei Vaticani e, di nuovo, gli Uffizi. 

L’attenzione per la curatrice cilena è relativa all’eventualità di un conflitto d’interesse che nascerebbe dal suo ingresso nel CdA delle Gallerie, viste le precedenti richieste di prestito delle opere in esse esposte. 

Non è un caso che sia proprio un membro del Comitato scientifico, appunto Montanari, a maturare il dubbio. E’ infatti il Comitato che si occupa, come cita il Ministero della Cultura, “della verifica e dell’approvazione, d’intesa con il Consiglio di amministrazione, delle politiche di prestito e di pianificazione delle mostre”. 

La questione non sembra sottrarsi quindi a polemiche di natura simile a quelle che avevano investito la 61° Biennale di Venezia a maggio di quest’anno. 

In quanto rappresentante del patrimonio artistico e culturale di un paese, il museo fin dove può estendere la propria autonomia creativa e gestionale? E i direttori, i curatori, gli esperti consulenti facenti parte di questa istituzione, se anche intendono impegnarsi nella sola promozione di una cultura accessibile a tutti, possono veramente credersi sciolti dalle manovre politiche che le fanno da sfondo? In proposito si ricordi il principio cardine della Riforma Franceschini del 2014, cioè l’autonomia non solo gestionale ma anche finanziaria  dei musei.

Il museo è il figlio dei tempi che propone di conservare e le uniche qualità che lo definiscono sono quelle di cui è portavoce. Ma questo riguarda tutt’al più il museo come appendice istituzionale e non riguarda affatto il museo inteso meramente come veicolo di trasmissione dell’arte in generale. 

Esporre l’arte secondo criteri che le sono esterni provoca una trasfigurazione della stessa, perché cambiando il linguaggio con cui comprenderla cambia anche il significato che da esso si ricava. Con questo si determina non solo la fissazione dell’opera d’arte entro dei confini impropri, a causa dei quali viene meno la possibilità dell’autentica esperienza artistica individuale, ma anche la perdita della funzione critica del museo, che esige l’indipendenza da ogni approccio condizionato.

D’altra parte, se non si può fare a meno di tracciare il rapporto tra l’osservatore e l’opera, non si può neppure tralasciare la dimensione comunale e collettiva del museo, che lungi dal dover essere impiegato come centro nevralgico di un’unica cultura, o di un’unica epoca, dovrebbe poter rappresentare trasversalmente le arti internazionali e nazionali. Nessuna chiusura, quindi, dovrebbe limitare le capacità del museo, se non, forse, quella nei riguardi della politica. E l’unico rapporto positivo possibile è quello che vede la politica a debita distanza dall’arte, nella misura in cui la prima può essere invocata al solo fine di promuovere il mantenimento della seconda, e l’esperienza artistica può essere vissuta come assolutamente libera da ogni vincolo esterno. 

Se così non fosse, se entrando alle Gallerie fossimo tutti costretti a indirizzare l’interesse altrove, tanto varrebbe sostituire i busti di Nerone, Agrippa, Caligola e Vibia Sabina con quelli di Deodato, Campi, Mugnai e Bambach.  

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