Le mille sfumature della maternità, una storia che cerca di sfatare il luogo comune della madre infallibile e di raccontare con delicatezza le difficoltà di cui nessuno parla.
Guadalupe Nettel, abile autrice messicana, col suo romanzo "La figlia unica" ci racconta, rinunciando a inutili moralismi e astenendosi da ogni giudizio, vari modi in cui è possibile e lecito vivere la maternità, un periodo nella vita di una donna che troppo spesso viene edulcorato, definito idilliaco, fantastico, dimenticando che altrettanto di frequente finisce per riservare grandi ostacoli da affrontare.
Ecco che il libro in questione vuole proprio sfatare questo falso mito, facendo riflettere sul fatto che non c'è poi nulla di sbagliato nel provare dei sentimenti contrastanti dinanzi a uno degli eventi più perturbanti nell'esistenza di una donna, e che non esiste una modalità giusta e una sbagliata di essere madri. La nostra voce narrante, Laura, ha le idee chiare, spiega fin da subito di non desiderare figli e arriva a definire i cani come "figli a bassa intensità". La sua scelta può apparire egoistica ma è in realtà molto coraggiosa e libera da condizionamenti sociali e dal desiderio di soddisfare le attese materne; inoltre non le impedisce di provare empatia e di offrire conforto alla sua amica Alina, quando scopre di aspettare Ines, una bambina affetta da una grave patologia genetica. L'autrice porta il lettore all'interno di una realtà complessa, quella di una famiglia assalita da mille dubbi esistenziali e sensi di colpa, alle prese con una diagnosi difficile da accettare che, almeno inizialmente, non lascia speranze e metterà in crisi gli equilibri familiari. Abbiamo anche la vicina di casa, Doris, una donna sola e depressa, che vive con un figlio ingestibile a cui Laura finirà per affezionarsi.
Ci sono alcuni aspetti interessanti da notare: intanto troviamo una certa solidarietà tra donne, mai scontata. Il secondo aspetto curioso è rappresentato da alcune analogie tra i personaggi di Laura e Marlene, la bambinaia di Ines. Entrambe le donne non hanno figli propri ma dimostrano di accudire quelli altrui con una grande premura, non meno materna di quella che in genere caratterizza le madri biologiche. Siamo quindi certi che la maternità si riduca ad una mera questione di sangue? È un tema che implicitamente viene posto. Molto bello ed efficace anche il riferimento al "parassitismo di cova", un curioso fenomeno comportamentale diffuso tra alcuni uccelli, in particolare il cuculo, che depongono le proprie uova nel nido di un'altra specie, la quale se ne occuperà come fossero le sue.
Di certo un libro equilibrato, mai prolisso o retorico, i capitoli sono brevi e la scrittura essenziale, non vuole fornire delle risposte e non ha la presunzione di insegnare qualcosa. Tuttavia riesce a stimolare la riflessione del lettore, malgrado si limiti a descrivere la realtà variegata che circonda la protagonista della storia. Da consigliare a chiunque abbia voglia di avvicinarsi alla tematica, ma solo a patto che possieda l'umiltà necessaria a smontare i preconcetti che abitano la mente umana.
Leggiamo: "abbiamo i figli che abbiamo, non quelli che immaginavamo o quelli che ci sarebbe piaciuto avere, ed è con loro che dobbiamo fare i conti." (Cit.) Troppo spesso alcuni genitori danno per scontato che i figli debbano soddisfare certe loro aspettative. Il concetto non riguarda esclusivamente i sogni che taluni genitori proiettano sui figli, ma l'illusione di una vita facile. Esistono gli imprevisti, come quelli che travolgono i personaggi del racconto. Imprevisti di cui nessuno parla: una malattia, un bambino irrequieto o da crescere in solitudine. Guadalupe Nettel ci mette davanti a una realtà che non vorremmo conoscere perché nessuno è preparato ad affrontarla, soprattutto nelle vesti di colui che, dando la vita, la società si immagina di vedere sempre performante e senza alcuna deviazione rispetto al ruolo.
Quando, durante la gravidanza, viene comunicato ad Alina che la figlia tanto desiderata non vedrà mai la luce del sole, lei non crede fino in fondo alle parole che i medici le hanno riservato. La sofferenza si mescola alla speranza che va oltre ogni razionalità, al bisogno di conoscerla, prima di perderla definitivamente. Laura si chiede: "Perché voleva conoscere sua figlia se sarebbe morta immediatamente? Poi ho pensato che l'amore si rivela spesso illogico, incomprensibile (...) L'amore e il senso comune non sono sempre compatibili. In genere si tende a scegliere l'intensità, per poco che duri, a prescindere da tutto ciò che mette a rischio".
Tuttavia, con un certo pragmatismo, per prepararsi all'imminente perdita, la giovane donna, in anticipo, inizia a occuparsi delle varie pratiche mortuarie e a farsi consigliare delle strategie per elaborare meglio il distacco. Ma la vicenda prenderà una piega inattesa. Con il tempo prenderemo consapevolezza del fatto che il lutto non sempre si realizza mediante il decesso di una persona, ne esistono svariati tipi. Ad esempio, la convivenza con una malattia rara è uno di questi, in quanto determina la morte della spensieratezza, della vita che si pensava di avere in pugno; in cambio dona la voglia di assaporare il presente, la capacità di apprezzare i piccoli ma importanti traguardi quotidiani. Ma "rarità" non significa soltanto difficoltà nella diagnosi e carenza di trattamenti, di frequente essa provoca un senso costante di inadeguatezza. Soprattutto di solitudine, mitigata dal confronto con altre famiglie che vivono un dramma simile. Emerge l'idea che l'unione possa fare davvero la differenza. L'aspetto positivo rimane il fatto che non si avverte mai un giudizio morale, al contrario, la comprensione dei bisogni altrui. Nemmeno quando sembra farsi strada la tentazione di rinunciare a un futuro che si prospetta ricco di ostacoli e di insidie per chi dovrà confrontarsi con la disabilità...
Una madre non è tenuta ad amare il proprio ruolo ad ogni costo, talvolta è legittimata a provare insofferenza verso il carico emotivo e i sacrifici ad esso correlati, senza doversi sentire un mostro.
Ad ogni individuo, come accade ai personaggi della storia, bisogna concedere il permesso di mostrarsi fragile e quindi, più semplicemente, umano.
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