Ma l'occidente dove vuole fare la guerra alla Russia?
C’è un’immagine che, in questi mesi, mi torna spesso in mente: quella di un vecchio treno europeo. Un convoglio lento, scassato, con i finestrini che sbattono e le ruote che stridevano sui binari. Tutti, per anni, lo hanno dato per spacciato. Troppe fermate, troppi litigi tra i passeggeri, un motore (quello franco-tedesco) che pareva in panne sempre. Eppure, quando il macchinista ha messo mano al freno d’emergenza davanti all’abisso, il treno non si è sfasciato. Ha cigolato, ha tremato, ma ha tenuto contro ogni pronostico. L’Europa ha trovato una parola d’ordine che ha gelato il sangue degli strateghi russi e, forse, anche quello del Presidente Putin: unità.
Il miracolo (imperfetto) dell'Europa unita
La domanda che molti si pongono è: come ha fatto? Con tutte le sue debolezze, le sue divisioni interne, le sue pastoie burocratiche, da dove ha tirato fuori questa forza? La risposta, forse, è più semplice di quanto pensiamo. Non è stata la forza bruta, ma quella del ricatto reciproco, della dipendenza economica, e di una paura atavica che serpeggia sottopelle. Di fronte alla prospettiva di un'Europa balcanizzata, divisa tra sfere di influenza, i leader hanno capito che l'unica leva rimasta fosse quella di restare al tavolo, tutti insieme.
E qui entrano in gioco i politici che hanno saputo leggere il momento. Non è stata una sinfonia, ma una jam session improvvisata. Da una parte, la fermezza di chi ha tenuto duro sull'assistenza a Kiev. Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz, ad esempio, ha assunto un ruolo da protagonista, promettendo al vertice NATO di Ankara un sostegno finanziario di 70 miliardi di euro all'anno per il 2026 e il 2027 e dichiarando con sicurezza che la Russia "non ha alcuna possibilità di vincere questa guerra" . La stessa Unione Europea, dal palco del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ha ribadito che Mosca sta fallendo nei suoi obiettivi, nonostante abbia speso il 40% del suo budget in difesa .
Dall'altra, la realpolitik di chi, come la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha messo un paletto chiaro: sostegno politico e militare sì, ma i piedi italiani per terra, nessun soldato in Ucraina . Una linea che ha creato un solco con Francia e Gran Bretagna. E poi c'è stato il colpo di scena tedesco. Berlino ha messo i puntini sulle "i": prima il silenzio delle armi, poi le garanzie, e solo dopo un accordo con la Russia. È questa unione disperata e pragmatica che ha colto di sorpresa il Cremlino, abituato a vedere un'Europa divisa e litigiosa.
Il Grande Scherzo dell'Occidente: dove vuole fare la guerra?
Ma se nella prima parte abbiamo assistito a un miracolo politico, nella seconda lo spettacolo diventa una tragicommedia. L'Occidente, ancora ubriaco di sé, sembra convinto di poter fare la guerra alla Russia. Non più limitandosi ad aiutare gli ucraini, ma portando uomini e mezzi sul campo. La domanda che sorge spontanea, e che vorrei porre con un filo di ironia, è: ma dove, esattamente, l'Occidente pensa di combattere questa guerra?
Le dichiarazioni che ci arrivano sono un caleidoscopio di follia. Il ministro degli Esteri polacco è stato costretto a smentire le "previsioni senza fondamento" di Vladimir Putin, il quale aveva suggerito che Varsavia punta ad allargare i propri confini a spese dell'Ucraina . "La Polonia non ha mai avuto, non ha e non avrà alcuna rivendicazione territoriale nei confronti dell'Ucraina", ha dovuto specificare il ministero, nel tentativo di spegnere un incendio mediatico acceso dal Cremlino .
Ma il vero spettacolo è offerto dalla "Coalizione dei Volenterosi". La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha già avvertito: qualsiasi truppa occidentale in Ucraina sarà considerata un "obiettivo militare legittimo" . Un "ce l'hai lungo" diplomatico che trasforma qualsiasi ipotetica "forza di rassicurazione" in un bersaglio fisso. Zakharova ha aggiunto, con un tono che non lascia spazio a interpretazioni, che "chi sta progettando una nuova campagna contro la Russia farebbe bene a ricordare la storia e a imparare da essa come le loro ambizioni espansionistiche possano evolversi" .
E allora, se non in Ucraina, dove? I francesi di Macron e gli inglesi di Starmer parlano di inviare "diverse migliaia di soldati" in caso di cessate il fuoco, con Parigi che ipotizza addirittura 6.000 uomini . Il piano prevede una forza multinazionale che, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe coinvolgere fino a 800.000 truppe . Ma Mosca non accetta truppe Nato o europee sul territorio ucraino, anche se impegnate in una missione di peacekeeping . È un paradosso: si pianifica la pace con un esercito che il nemico ha già dichiarato colpirà come bersaglio di guerra.
La barzelletta finale
Insomma, l'Occidente sembra voler combattere una guerra su tutti i fronti, ma senza avere un campo di battaglia definito. Come in quella vecchia barzelletta: due pazzi in auto, uno dice all'altro "Guarda, se non freniamo, finiamo contro quel muro!". L'altro risponde: "Ma se non abbiamo il muro, cosa ci ferma?". Ecco, l'Occidente oggi è un po' così: non ha un muro, ma continua a correre a tutta velocità. I leader europei hanno delineato cinque condizioni per la pace, tra cui il dispiegamento di una forza multinazionale in Ucraina e il congelamento dei beni russi fino al risarcimento dei danni . Ma il tutto resta sospeso in un limbo.
Mentre il Cancelliere tedesco Merz ammette che "il tempo per entrare nei negoziati di pace arriverà" , la realtà sul campo parla di continue violenze e di un Consiglio europeo che elogia la resilienza ucraina ma rimanda ogni decisione alla prossima riunione. E in questo circo di dichiarazioni, l'Italia di Meloni si ritrova a fare da "catering", come polemicamente osservato dalle opposizioni, mentre altri si preparano a mandare i loro soldati a farsi bersaglio. Perché, come ci ricorda un vecchio studio, anche una guerra convenzionale in Europa trasformerebbe il continente in un cumulo di macerie, e la distinzione tra tattico e strategico, quando si parla di bombe nucleari, è solo un alibi per non guardare in faccia la realtà.
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