L'Ultima Penna - di Salvatore Salvai

Pubblicato il 2 agosto 2026 alle ore 05:39


La sua penna si fermò di colpo. La mano sulla sua fronte e l’ennesimo articolo interrotto. La memoria si fece nebbia come la pagina vuota di fronte all’aspirante giornalista.

Una domanda colpiva da tempo i suoi pensieri fino a diventare tormento.


"E se un giorno non potessi più scrivere articoli perché un potere dispotico ed autoritario me lo impedisse? Un potere che volesse accentrare ogni pensiero oppure ogni versione delle cose per imporre un'unica indiscutibile verità? E se scrivere significasse subire censura o condanne, violenza o reclusione?"


Una domanda seria. In linea con i tempi?

Rivisse i fatti dal 2020 al 2026. Il futuro possibile giornalista si rese conto che la domanda non era comparsa per caso o per una propria allucinazione.


Dal 2020 al 2022 aveva vissuto gli anni di un terribile virus che ogni giorno finiva sulle TV principali con il numero di contagi, di morti o di nuove leggi o regolamenti per contrastarlo. Tutto doveva salvare l’Umanità da una strage immane. Un potere mediatico, uno scientifico ed uno politico si fecero Trinità incontrastabile.

Tre poteri per un'unica verità.

Chi non si allineava era fuori dal contesto sociale. Un virus sociale.

Chi non accettava il racconto unico non poteva lavorare, non poteva sedersi a mangiare con altri, non poteva viaggiare. Col motivo che poteva contagiare, ammalarsi, far ammalare, morire e far morire.

L’antagonista sociale veniva così ridicolizzato, poi sbeffeggiato, ed infine condannato alla morte sociale.

Ancor più incomprensibile che tutto ciò venisse imposto da una società schizofrenica che si dichiarava contemporaneamente democratica, inclusiva e solidale.


Nel 2022, appena sparito improvvisamente il virus, le ombre della guerra tornarono in Europa. La guerra tra la Russia e l’Ucraina o meglio tra la Russia la Nato e la UE.

Si tornò parlare di leva obbligatoria, invio di truppe, riarmo, industria bellica. Era comparso un nuovo pericolo per le democrazie europee. La Russia voleva invaderci fino al Portogallo.

Fiorivano articoli sul pericolo bellico e sulla necessità di preparare i giovani alla guerra. La propaganda sui media sostituì la logica e la realtà dei fatti. Cominciarono col censurare riviste o media russi. Poi si vietarono le esibizioni di artisti russi.  Stessa censura subì la musica, il teatro, la danza e lo sport. E diversi giornalisti che proponevano argomenti contrari si videro il conto corrente bloccato direttamente dalla UE.

Avvenne poi la distruzione di Gaza dopo i fatti del 7 ottobre 2023. La negazione mediatica e metodica di un genocidio in corso. Violenza chiama violenza scrivevano. Per giustificare il massacro di decine di migliaia di donne, uomini e bambini palestinesi. Chi denunciava veniva definito antisemita. Di nuovo la cultura del potere stigmatizzava e catalogava coloro che scrivevano ciò che non piaceva alla narrazione unica.

Il potere, prima democratico nelle sue manifestazioni esteriori, si svelò autoritario.

 


Capì che la sua domanda era del tutto motivata da ciò che si preannunciava.


La penna riprese a scrivere. Il futuro giornalista usava sempre quella invece del Pc. Mano e mente scorrevano insieme. Come fluivano i pensieri.

Ripensò al primo Mussolini giornalista e socialista. Eppure divenne il Duce. Un condottiero del popolo che per rassicurare i suoi cittadini doveva per il loro bene imporre un'unica verità. Ogni contrarietà li avrebbe confusi e smarriti.

E poi Stalin. Anche lui partito come giornalista. Poi l’uomo d’acciaio indomabile e rivoluzionario, così lo definivano. Finì per inventare i Gulag dove rinchiudere altri scrittori, giornalisti e uomini di cultura che non avessero sposato le sue tesi.

Mestiere contradditorio il suo, pensò l’allievo giornalista.

Informatore, uomo verità, oppure perseguitato politico. Una vera altalena mediatica.

E se succedesse ancora oggi? Se il potere decidesse di diventare violento e ancor più assoluto?

Che fare? Smettere di scrivere? Di pensare? Di informare? Di criticare?

Riapparve il dubbio.


Sfiorò la fronte sudata. Eppure non si era mosso. Rivide la propria vita e quella sua irrefrenabile passione per lo scrivere. Quel desiderio di svelare e svelarsi. Quel desiderio di comunicare i fatti nella loro interezza storica. Quella volontà di approfondire alla ricerca del giusto e del vero.

Come poter comunicare senza rischiare la reazione del potere? A chi scrivere? Come far circolare gli articoli senza farsi perseguire?

Ci voleva coraggio. Tanto coraggio pensò. Ma non bastava. Avrebbe dovuto anche proteggersi per durare il più possibile. Oppure farsi musicista o cantautore oppure attore come qualcuno consigliava. Si vide anche nella clandestinità a distribuire ciclostili. Si inventò uno pseudonimo. Ultima Penna si sarebbe fatto chiamare. Una resistenza fino all’ultima penna. Poi sperò in un Editore illuminato e potente che lo proteggesse. E una rete di amici di supporto.

Ma nessuna di queste soluzioni lo rasserenò. Non poteva scrivere per il momento.

Lesse così alcuni articoli relativi proprio ai fatti di Gaza. In uno di questi si riportava che dal 7 ottobre 2023 alla fine del 2025 furono uccisi 268 giornalisti. Ed altri nel 2026. Una strage coperta dal silenzio pubblico.

Quel massacro però aveva regalato a tutto il mondo una verità non più negabile. Il Genocidio. Lo spaventoso tributo di sangue fu pagato per la Verità.

Grazie a quel sacrificio il potere malvagio non poté più nascondersi né giustificare la propria efferatezza.

Il Male svelato avrebbe già perso la sua lotta con la Storia.

Crebbe interiormente la consapevolezza dell’aspirante giornalista. Coraggio e scelta di campo insieme.

Se succederà troveremo insieme ad altri cosa e come fare per non farsi silenziare, pensò. Il bisogno aguzzerà l’ingegno, riconobbe. La ricerca della Verità non ha prezzo. Non ha limiti. Era un bene saperlo da subito prima di iniziare la professione.

Il vento della tempesta si calmò come altre volte nella Storia umana.

Ultima Penna non solo continuò a scrivere per altri anni, bensì assistette con gioia e soddisfazione alla partecipazione di alcuni giovani nella scuola di giornalismo.

Poteva così dimenticare il suo pseudonimo. La penna passò di mano. L’Umanità ringraziò.

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