Un film potente, che non si limita a raccontare una realtà
la fa vivere attraverso la forza interiore di una donna coraggiosa
foto: Courtesy of Sony Pictures Classics
Possiamo certamente definire una grande rivelazione il film di Walter Salles "Io sono ancora qui", uscito in Italia nel 2025 e che merita di essere inserito senza riserve tra i titoli più interessanti dell'anno. Il film si è guadagnato un rilevante successo in patria ma, stranamente, nonostante i numerosi importanti riconoscimenti, in Italia ha provocato un clamore ridotto, pur rimanendo una perla da recuperare necessariamente. Presentato alla mostra del cinema di Venezia nel settembre del 2024, ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura. Nel 2025 ha perfino ottenuto un risultato storico aggiudicandosi il Premio Oscar come miglior film internazionale, diventando il primo film brasiliano a ottenere la tanto ambita statuetta in questa categoria. Anche l'attrice Fernanda Torres è riuscita a portare a casa un prestigioso riconoscimento, il Golden Globe 2025 come miglior attrice in un film drammatico, grazie alla sua indimenticabile interpretazione della protagonista femminile. Per molti critici è soprattutto suo il merito della risonanza internazionale che ha avuto l'opera.
La storia è ambientata in Brasile nel 1970 durante la dittatura militare, periodo che a volte viene ricordato come "il miracolo brasiliano" perché sembrava che l'economia del Paese fosse in ripresa rispetto agli anni precedenti. Le prime inquadrature sono focalizzate su Veroca, la figlia maggiore di Rubens, attivista e ribelle, che viene fermata a un posto di blocco dai militari del regime: stanno cercando dei terroristi. In quei mesi, infatti, erano frequenti i rapimenti di ambasciatori stranieri, rappresentanti di quegli stati con cui il regime golpista si era in parte indebitato. In cambio si chiedeva il rilascio di prigionieri che venivano dirottati verso il Cile, dove intanto era stato eletto Salvator Allende.
Fin dai primi istanti emerge quindi un forte contrasto tra la voglia di spensieratezza e di libertà dei giovani, e la cupezza della repressione militare. All'inizio del film siamo trasportati all'interno della vita di questa famiglia numerosa che abita vicino alla spiaggia di Rio de Janeiro. Le immagini, accompagnate da allegre canzoni della tradizione brasiliana, appaiono belle, colorate, vivide, capaci di rappresentare al meglio le atmosfera degli anni '70. Il clima risulta idilliaco, estivo, spensierato, si respira aria di concordia e di progressismo, che si scontra con un evento molto drammatico: il padre di famiglia, Rubens Paiva, ex deputato del partito Laburista destituito anni prima, viene arrestato e di lui non si saprà più nulla (diventerà uno dei numerosi cosiddetti desaparecidos). Sembra che l'uomo collaborasse in maniera clandestina con gli oppositori del regime, ma il suo ruolo non viene mai chiarito fino in fondo. Tutta la vicenda è filtrata dagli occhi espressivi di Eunice Paiva, la moglie improvvisamente costretta a crescere cinque figli da sola. La fotografia presente sul manifesto del film è molto esplicativa, mostra una famiglia felice sulla spiaggia, prima della tragedia, in posa davanti a una macchina fotografica; su ogni volto è stampato un sorriso sereno, tranne che su quello di Eunice. Il fotogramma è ripreso da una scena del film in cui Eunice segue con lo sguardo preoccupato un carro armato che attraversa la strada come fosse un presagio infausto. Il tema della foto di famiglia è presente dall'inizio alla fine perché si lega anche alla grande questione della memoria collettiva, con cui ogni popolo è costretto a fare i conti.
Attimi colmi di tenerezza e nostalgia quelli in cui i personaggi, molti anni dopo, guardano dei vecchi filmati e sfogliano l'album di famiglia ricordando la felicità volata via troppo presto.
La fotografia ha perciò un ruolo fondamentale per Salles, oltre a fissare un momento, a riprodurre la realtà, fa in modo che essa sia nostra memoria affinché non si ripeta.
Ricorrente è il contrasto tra vitalismo e morte. Il dramma non è improvviso, non irrompe all'interno della storia come un fulmine a ciel sereno; nonostante tutta la positività iniziale, lo spettatore viene preparato all'idea che qualcosa di spiacevole stia irrimediabilmente per accadere.
Il film parla di persone reali, in carne ed ossa, che hanno attraversato questa tragedia senza lasciarsi travolgere. Eunice è il motore di tutto; il titolo del film evoca proprio la sua straordinaria determinazione e lucidità nel portare avanti la battaglia finalizzata a ottenere verità e giustizia. Ma può essere interpretato anche diversamente, dal punto di vista di Rubens Paiva, come se l'uomo dicesse: "Io sono ancora qui, fino a quando farò parte della coscienza sociale".
Dato non trascurabile è il fatto che il regista, durante la sua infanzia, abbia frequentato questa famiglia. Infatti il pubblico ha perfino la sensazione di percepire l'odore e i rumori di quella casa, così luminosa e caotica, come se la conoscesse da sempre. Essa costituisce proprio il centro del film perché rappresentava un'oasi di pace, l'alternativa alla dittatura, un luogo di incontro, di amicizia, di affetti, aperto non solo in senso figurato.
Anche in riva al mare si svolgono delle scene altrettanto intime, durante le quali si respira un'energia positiva raccontata come spontaneità; avvertiamo un calore familiare che non cade mai in un sentimentalismo costruito.
Uno dei momenti più significativi e inquietanti di tutto il film è senza ombra di dubbio l'arresto del marito, quando Eunice rimane in casa insieme a dei militari in borghese che chiudono l'abitazione facendola diventare improvvisamente buia. Questo gesto di tirare le tende segna uno spartiacque profondo. Inoltre, l'assenza di urla e violenza spettacolare, che lascia il posto a una calma glaciale, burocratica, rende la situazione ancora più angosciante e la tensione sempre più palpabile. Lo stessa violenza psicologica viene messa in atto durante l'interrogatorio di Eunice, tra corridoi spogli, attese interminabili e domande ripetitive.
Osserviamo due grandi salti temporale, il primo dagli anni '70 al 1996, quando paradossalmente viene "festeggiato" il certificato di morte presunta di Rubens, che determina finalmente l'affermazione della verità storica. Anche i personaggi hanno subìto una trasformazione; Eunice nel frattempo è diventata una donna nuova, indipendente, da casalinga ad attivista, impegnata come avvocato nella difesa dei diritti degli indigeni, le cui terre erano state sottratte con prepotenza dal regime militare. Infine nel 2014 compare la donna ormai anziana e fragile, quasi consumata dall'Alzheimer, ma sempre avvolta dall'amore familiare che rappresenta il punto fermo di tutta la narrazione.
Questi salti temporali e cambiamenti potrebbero destabilizzare qualche spettatore, ma sono funzionali a rappresentare le conseguenze della perdita sul lungo periodo. Non a caso il film, a differenza del libro scritto dal figlio Marcelo, non vuole approfondire la storia personale e politica, tantomeno ricostruire minuziosamente la lunga e travagliata vicenda giudiziaria. Il suo intento semplice quanto ambizioso è quello di emozionare, restituendo tutta l'importanza del ricordo.
L'obiettivo è stato raggiunto, Fernanda Torres è convincente, efficace anche senza proferire parole, la sua è una recitazione di sottrazione (under acting), priva di virtuosismi o scene madri, che tuttavia non le impedisce di arrivare dritta al cuore di ogni persona. Anche se spaventata, è costretta a trattenere le emozioni per non turbare i figli e usa l'ironia senza scadere mai nella retorica o nella banalità. L'unica occasione in cui madre e figli si trovano a piangere insieme è mentre seppelliscono il cane adottato con Rubens, su cui forse trasferiscono anche tutto il dolore maturato per quel corpo mai sepolto.
Noi empatizziamo facilmente col personaggio di Eunice, comprendiamo il dramma e apprezziamo la sua forza interiore e la compostezza.
Nei titoli di coda si vedono le foto dei protagonisti realmente coinvolti. Il regista cerca di tenere insieme la grande Storia di un popolo con quella umana, personale di una famiglia. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
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