Si può sostenere che il progresso storico dell’umanità trovi il suo corrispettivo nel progresso sociale delle singole epoche e, analogamente, che ogni nuova conoscenza e invenzione nel campo delle arti e delle scienze provochi un cambiamento di paradigma nel modo in cui l’uomo riconosce sé stesso.
Se il concetto di progresso possiede di per sé una valenza positiva e a qualsiasi ambito esso si applichi comporterà sempre una stima aggiuntiva, la volontà di studiare l’andamento storico dell’intero genere umano, particolarmente approfondita nel contesto dell’Illuminismo, implica innanzitutto la necessità di chiarire quale sia il punto di partenza e quale quello di arrivo.
Non è casuale che, una volta assunto il concetto di progresso come categoria interpretativa della storia, si ponga parallelamente il problema di individuare il fine verso cui tale progresso sarebbe orientato, nonché di determinarne l’origine: se esso debba essere cioè ricondotto ad una causa soprannaturale oppure considerato il risultato delle azioni particolari degli uomini. Restringendo quindi il campo di questa analisi, è possibile prendere in esame quella prospettiva storica, sociale e morale che concepisce il progresso come il frutto complessivo delle singole azioni individuali, più o meno consapevolmente orientate al perfezionamento delle facoltà umane. Questo è precisamente il campo in cui si colloca l’Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784) di Kant.
Qualora, invece, uno sviluppo di questo tipo non possa essere interpretato positivamente e il progressivo affinamento delle facoltà umane, piuttosto che un reale miglioramento, induca un processo di degenerazione e graduale allontanamento da una condizione originaria di sicurezza e felicità, ci troveremmo nello spazio teorico delineato da Rousseau nel Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini (1755).
Facendo un passo indietro, con la Digressione sugli antichi e sui moderni (1688) di Fontenelle, il problema del progresso assume un aspetto del tutto particolare, dal momento che l’interrogativo non riguarda più solamente la sua causa o il suo orientamento ma la sua effettiva utilità. Nella Storia dell’idea di progresso (1920) John Bury osserva che «Fontenelle [...] fu il primo a formulare l’idea di progresso della conoscenza come dottrina completa»[1], introducendo due elementi decisivi: la prospettiva di un futuro “indefinito e illimitato” e la certezza e necessità del suo accadere. Adottando una prospettiva via via più critica e sistematica si afferma l’idea che il progresso delle arti, così come le rivoluzioni e le scoperte scientifiche possono, e in certa misura devono, incidere concretamente sulle condizioni di vita degli uomini, sulla loro maniera di vivere. Ogni nuova acquisizione sul piano della conoscenza contribuisce a rendere ciascuna epoca più avanzata rispetto a quella precedente e al tempo stesso meno sviluppata rispetto a quella successiva. In questo modo ci si può rappresentare il progresso dell’umanità attraverso l’immagine di un uomo plurisecolare, che dopo aver esperito, nel corso delle diverse generazioni, le fasi corrispondenti all’infanzia e alla giovinezza, si troverebbe ora a giovare di una mente adulta illuminata e in continua espansione.
L’interesse per le teorie del progresso è quindi strettamente connesso, se non del tutto rafforzato, dalla disputa sugli antichi e sui moderni[2], dalla questione cioè se l'età antica sia preferibile a quella moderna. Ma la domanda riproposta da Bury, “Possono gli uomini moderni contendere alla pari con gli uomini illustri dell’antichità, o sono intellettualmente inferiori?”, accenna alla vastità del problema. Se per risolverlo occorre indirizzarsi verso la natura come condizione originaria dell’uomo, e se tutte le teorie del progresso sembrano voler restare fedeli all’intuizione che da essa, cioè dalla natura, si è giunti con innumerevoli sforzi ad un sempre perfezionabile sistema sociale, la prima cosa da indagare devono essere le leggi naturali che governano l’uomo prima delle leggi civili.
Pertanto, asserire con Cartesio l'invariabilità delle leggi naturali, delle forze di cui la natura ha disposto l’uomo, permette di costruire un terreno comune da cui prendere avvio. Così nel poema L’età di Luigi il Grande (1687) Charles Perrault, sulla scorta del principio cartesiano, afferma che la natura non cambia e lo stesso Fontenelle scrive che «la natura non ha certamente formato Platone, Demostene e Omero con un’argilla più fine né meglio preparata di quella con cui ha formato i nostri filosofi, i nostri poeti».
Infine, senza discutere sulla specificità della facoltà umana di agire moralmente, se questa sia cioè non solo possibile ma necessaria per un essere libero come l’uomo, bisogna tuttavia almeno riferirvisi. Si deve cioè decidere quale sia il rapporto tra le due cose, tra la moralità e la società, e chiarire se è la società a garantire lo sviluppo della moralità e non quest’ultima a perfezionare la seconda.
Se la moralità appartiene all’uomo in quanto essere libero, se cioè agire moralmente significa agire liberamente, e la libertà è connaturata all’uomo nella misura in cui tolta la libertà l’uomo cessa di essere tale, in quale senso si deve intendere l’ipotesi che le azioni degli uomini acquistano una moralità solo con l’avvento della società, solo cioè quando si hanno riguardi per gli altri oltre che per se stessi? Non significherebbe questo subordinare la morale alla contingenza delle istituzioni e delle virtù sociali?
Ma se, al contrario, una società giusta fosse possibile solo in virtù di una disposizione morale innata, e la legge civile derivasse dall'applicazione generale della legge morale a cui ognuno obbedisce interiormente, non si arresterebbe così ogni progresso umano?
[1] John Bury, Storia dell’idea di progresso, trad. di Vittorio di Giuro, Feltrinelli Editore, 1964, p. 85.
[2] La Querelle des anciens et des modernes si sviluppa all’Accademia Francese nella seconda metà del Seicento e si diffonde in tutta Europa. Si discuteva sui rispettivi meriti di antichi e moderni nei diversi campi della conoscenza umana. John Bury (1920) cita l’Histoire de la querelle des Anciens et des Modernes (1856), di Rigault come l’opera più completa sull’argomento.
Aggiungi commento
Commenti