Di una sociologia dell'arte – di Ginevra Ruggiero

Pubblicato il 7 novembre 2026 alle ore 07:53

Nel saggio What is sociology of art?, pubblicato nel 1958 sulla rivista The American Catholic Sociological Review, Rudolph E. Morris propone una riflessione sul rapporto tra la produzione delle arti visive – pittura, scultura e architettura – e la società, delineando in essa il ruolo di una possibile sociologia dell’arte. L’autore sostiene che la creazione artistica e la sua ricezione costituiscano fenomeni della vita sociale, «universal phenomenon of human society in action», e siano per questo suscettibili di un’analisi sociologica. 

Tale ricerca si muove nella cornice storica, quella contemporanea, in cui alla crescita d’interesse generale per le arti, testimoniata dall’incremento dei visitatori nei musei, dalla proliferazione delle gallerie, dalla vendita di riproduzione, si oppone la problematicità del rapporto tra l’opera d’arte e il pubblico. La popolarizzazione dell’arte non corrisponde, infatti, per Morris ad una sua effettiva integrazione nella vita collettiva poiché la questione non riguarda la sola mancanza di un’educazione artistica dello spettatore, ma una più radicale organizzazione della società. 

Contrariamente all’originaria tendenza dell’arte ad essere orientata verso scopi religiosi, politici o pedagogici, per mezzo della quale l’effetto delle produzioni artistiche erano immediatamente di natura, per così dire, sociale, quelle contemporanee sono generalmente confinate in spazi specificamente destinati alla loro esposizione. L’artista, inoltre, non dispone necessariamente di occasioni per mettere la propria attività creativa al servizio di finalità sociali condivise; ne deriva una condizione di isolamento, tanto dell’artista quanto dell’opera, rispetto all’esperienza quotidiana degli individui. Solo nell’architettura Morris individua un ambito privilegiato di integrazione tra creatività e società, nella misura in cui essa risponde a esigenze concrete mentre organizza gli spazi della vita privata e collettiva unendo l’utilità alla bellezza.

«Architecture is that branch of the visual arts which has the greatest public appeal and is in closest functional relationship to public and private needs; it is probably the only art which discloses the relatedness between usefulness and beauty».

A partire da quest’analisi, l’autore individua diversi ambiti di ricerca per una sociologia dell’arte. Il primo riguarda la posizione sociale dell’artista e le trasformazioni storiche del suo ruolo: il passaggio da una condizione integrata nella comunità a quella dell'individuo autonomo e spesso isolato, dalla dimensione sacra a quella secolare e dall’artigianato alla professione. A ciò si collega il rapporto tra lo Stato e il controllo delle produzioni, nonché  la questione del sostentamento dell’artista rispetto al mecenatismo e alla committenza pubblica e privata.

Posto quindi che il significato e la funzione dell’arte sono prodotti del contesto storico e culturale, risulta particolarmente significativa, per Morris, l’interpretazione del rapporto tra il pubblico e l’arte moderna. L’autore osserva che non soltanto una parte consistente degli spettatori continua a identificare la bellezza con la piacevolezza del soggetto rappresentato e ad assumere come riferimento i criteri estetici ereditati dal passato, ma che tale orientamento ostacola la comprensione delle forme non naturalistiche e non figurative tipiche dell’arte moderna, che non si limita a riprodurre il mondo esterno, ma esprime le reazioni interiori dell’artista. A questo  Morris riconduce la capacità innovativa dell’artista di introdurre forme di linguaggio inizialmente incomprese che possono successivamente essere istituzionalizzate e riconosciute dalla collettività.

«Implied in this retrospect, non-genuine sentiment is the rejection of non- naturalistic and non-objective art. Not only do the forms of modern art raise visual and emotional difficulties and blocks to an immediate experience by persons who have acquired a certain conventional pattern of looking at works of art; there also has another barrier been set up, this one of social-psychological ture. The types of modern art under discussion symbolize a reversal of our "natural" approach to things as practiced in every-day life; the artist now does not look "from the inside to the outside" but he expresses his (inner) reactions to the world. [...] The "popularity of the essentially unpopular" appears as a challenging problem to sociologists».

La fruizione estetica non dipende quindi esclusivamente dalla sensibilità individuale, ma è condizionata dall’educazione, dalle credenze, dalle valutazioni degli specialisti, dalle istituzioni e dal clima culturale della società. Il critico, in particolare, si riconosce quale mediatore tra l’élite – termine con il quale Morris intende esperti, critici, mercanti, collezionisti – e il pubblico, contribuendo alla formazione del gusto collettivo. Musei, collezioni private, istituzioni educative e interventi governativi diventano pertanto oggetti centrali dell’indagine sociologica. E’ in questo senso che la sociologia dell’arte deve confrontarsi con la storia delle idee, le trasformazioni economiche e politiche, la filosofia e la conoscenza dei linguaggi artistici.  

 

Rudolph E. Morris, What Is Sociology of Art?, The American Catholic Sociological Review, vol. 19, n. 4, Oxford University Press, 1958, pp. 310–321.

Vedi anche Mezzogiorno intellettivo, di G. Ruggiero. 

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